Posso dirti la verità?
di Giovanni Beraldo | pubblicato il 30 giugno 2022
Mi capita sempre più spesso, cara Sophía, di ascoltare persone chi si rivolgono ai propri interlocutori iniziando il loro discorso con la frase: “posso dirti la verità?”; e questo, forse lo noto con maggior frequenza perché presto particolare attenzione, anche quando il contesto dell’incontro o del discorso non lo richiederebbe.
Ma perché, Sophía, si ha bisogno di esordire così spesso chiedendo questo permesso?
Mi verrebbe da rispondere che sì, anzi, che si deve dire la verità. In caso contrario perché parlare e, ancor più, perché ascoltare?
Le questioni sulla verità pongono, da sempre, degli interrogativi agli uomini chiamati a dare risposte che diano vita allo scorrere del tempo. Per l’umanità intera e per quel suo amore per il sapere, ossia la filosofia, la verità rappresenta un nodo spinoso, un sentiero irto verso l’esser-ci.
Togliere il velo e uscire dalle caverne
Joseph Wright of Derby, A cavern evening
Ti sarai abituata Sophía ai miei riferimenti al pensiero ellenistico; per gli antichi greci il termine “vero” indicava qualcosa che non era più velato, che non aveva più in sé qualcos’altro. Il velo, la velatezza, può avere più significati ed essere intesa come un custodire, celare, coprire o mascherare. Omettere, peggio ancora dire una bugia, implica assumersi la responsabilità di una scelta che può avere diversa natura: paura, convenienza, lungimiranza, ecc…
Celare, nascondere, coprire qualcosa per impedire che sia vista o smascherata, cara Sophía, sappiamo che è una pratica che non salva quasi nessun rapporto compreso quello tra professionista e cliente, per questo il compito del consulente finanziario sarà svelare ciò che spesso è stato velato dal proprio cliente. Un po' come farebbe il medico con il proprio paziente, quest'ultimo sovente omette di comunicare tutti i sintomi del proprio malessere impedendo al medico, di fatto, di redigere una corretta diagnosi e prescrivere una efficace cura.
Il “mito della caverna” contenuto nel V libro della Repubblica di Platone (428/427 – 348/347 a.C.) ci conduce alla dottrina platonica della verità e Martin Heidegger (1889-1976), un grande filosofo tedesco, descrive la caverna quale l’immagine di ogni giorno che si manifesta a coloro che volgono intorno a sé lo sguardo; il fuoco rappresenta l’immagine del sole e la volta della caverna è la volta celeste sotto la quale gli uomini vivono circondati dal reale, le ombre delle idee.
Complicato Sophía? Forse un po’, ma lascia che ti chiarisca il concetto. L’evidenza viene conquistata solamente fuori dalla caverna con ciò che alla luce del sole di
Martin Heideggerventa visibile e solo al rientro, l’uomo, prenderà coscienza che tutto ciò che vedeva e rivede all’interno non corrisponde propriamente al vero. La svelatezza avviene all’esterno.
“È Maya, il velo ingannatore” cita A. Schopenhauer (1788-1860), quel velo che impedisce all’uomo di fare esperienza della verità.
Poteva forse mancare Nietzsche, Sophía? No di certo. Nella sua opera Su verità e menzogna in senso extramorale egli si chiede: “che cos’è dunque la verità? (…) le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile”. Ossia, non fermarti Sophía alla superficie ma cerca oltre le credenze e le consuetudini.
L'onere della scelta
La domanda iniziale circa la richiesta di permesso a dire la verità è dunque un invito, da parte di chi la formula, a fare una scelta e un traferire all’interlocutore l’onere di attore protagonista. Scegliere è un fatto personale che comporta una rinuncia.
Forse è proprio questa paura di scegliere, unita ad altre motivazioni già citate, la forza intrinseca dell’agire cara Sophía, nel caso specifico del cliente e del consulente, che non permette la rivelazione all’uno e all’altro della totalità della verità, quindi dell’essere veri.
Intuisci Sophía che nel percorso comune tra consulente e cliente la verità, oltre ad essere un valore fondamentale, è parte dello sviluppo incessante del rapporto che si alimenta continuamente; verità costituita da precedenti verità.