Elogio all’alterità

 “Prego Sophía, accomodati”. 

È così che solitamente vieni accolta quando ti rechi a far visita a qualcuno o se, come ospite, entri in un luogo dove ci sono altre persone presenti che ti attendono. Dovrebbe essere una dimostrazione di educazione, da parte loro, che tenda a farti sentire più a tuo agio nell’ambiente che ti ospita.

L'ipocrisia e il timore dell'incontrare l'altro 

Ecco Sophía, questo è il punto focale; in questa che spesso si presenta come una farsa dell’accoglienza troviamo, sovente, l’epicentro della superficialità e la sorgente dell’ipocrisia. Poiché, quasi sempre, con “far accomodare” si vuol significare esclusivamente permettere un passaggio, un transito fugace nel destino di un incontro, lungo una via a senso unico. Una sistemazione che non lascia traccia di sé perché non è mai nata la volontà di cercare il sé dell’altro; il tuo esser-ci Sophía e non solamente la tua scia di stella cadente. Edward Hopper, Sera Blu

L’identità di chi ospita, ma anche quella di chi è ospitato, deve essere consapevole che l’altro, quel calco di noi in negativo che vorremmo egli fosse, ma che non è e mai sarà identico, è portatore sano di numerose specificità che lo rendono diverso. Queste diversità ci inquietano perché come esseri umani facciamo parte di una categoria che soggiorna nell’identità. L’altro è il sublime diverso. 

Ma, cara Sophía, ti renderai certamente conto che, nel momento preciso dell’incontro con l’altro da te, tu diventi l’oggetto della sua diversità, tu divieni il suo altro. L’angoscia dell’imprevedibilità di quanto può accadere genera, secondo il filosofo francese Jean Paul Sartre (1905 – 1980) una sensazione di pericolo e uno stato di paura. 

È il timore dello sguardo, della voce, del corpo dell’altro. In una parola: della relazione. 

Come uscirne? 

Accogliendo, Sophía. Entrando in relazione col mondo con lo strumento che più di ogni alto è necessario: il nostro corpo

Instaurando con l’altro un’apertura comunicativa; accogliere portando il “diverso” in una Agorà aperta al confronto dove è possibile realizzare l’incontro e non solo vedere un fuggevole transito. Per fare tutto ciò è necessario rivolgere la parola all’altro, stargli davanti, guardarsi e sorprendersi. 

Se intrattieni uno stretto rapporto con la straordinarietà sarai in grado, mia cara Sophía, di vedere le cose come abbigliate a nuovo, non più come eri solita immaginarle. La meraviglia di tale rivelazione sarà acqua limpida per la tua sete di conoscenza.

Il consulente finanziario, una professione prediletta per crescere nella conoscenza 

Io sperimento ogni giorno questa esperienza nel mio lavoro di consulente finanziario che è fatto di incontri e non coincidenze, di occhi che si incrociano e permettono la rivelazione del sé. 

Il consulente finanziario si “prende cura” del proprio cliente e del suo patrimonio e questo significa, per me, prendermi del tempo per sostare in lui, ben sapendo che il viaggio inverso porterà come premio la scoperta di un ritrovarmi diverso da come ero partito. È solo nella cura, che il consulente, può diventare orecchio per chi chiama e occhio per chi vuole essere visto. 

“Restare nel proprio io”, scriveva G.W. Friedrich Hegel (1770 – 1831), “significa rimanere in sé stessi e non incontrare l’altro nella molteplicità del tutto del quale, invece, facciamo parte entrambi”. 

La chiave di volta si identifica nel desiderio il quale, per sua essenza, preclude all’essere umano la completezza; pena l’impossibilità di desiderare. Consulente e cliente uniscono la loro finitezza in vista di un bene raggiungibile nella collaborazioneEmmanuel Levinas

Ecco, Sophía, che il confronto con l’alterità avviene affinché l’altro ci completi, ci attragga desiderando la nostra stessa cosa, ci aiuti a riconoscere che la nostra singolarità è parte del tutto. Non devi partire da te stessa, ma uscire per scoprire che l’altro non è un surrogato di una tua mancanza ma, viceversa, che sei “intera” e il tuo vero bisogno è espellere ciò che hai in abbondanza: la gratuità dell’agire. 

Puoi essere il “buon samaritano” che intuitivamente agisce perché sente un grido d’aiuto provenire da quel sistema di relazioni al quale appartiene; egli non si ferma per pietà ma per compassione. Non resta distante ergendosi a “salvatore”. 

È con la compassione che egli si avvicina e grazie alla quale si sente prossimo, perché in quell’essere bisognoso si riconosce. Lo aiuta ad uscire da una situazione difficile e allo stesso tempo aiuta sé stesso inebriandosi con le fragranze del benessere e della gratitudine. 

Mia attenta Sophía, ognuno è sé e altro. 

È nel “faccia a faccia con l’altro”, scrive il filosofo francese Emmanuel Levinas (1906 – 1995), “che sta racchiuso il segreto supremo della vita: nel volto che abbiamo di fronte e che mai riusciremo ad afferrare per intero, riconducendolo a noi stessi”. 

Non essere mai come l’ultimo uomo che Zarathustra incontra al mercato, quello che egli definisce “il più disprezzabile, quello che non sa più disprezzarsi” e che è anche quello che oggi non vuole uscire dalla condizione di sordità e cecità; quell’uomo possessore di una felicità costituita di piccole e futili cose, che non ha desiderio di prossimità dell’altro in quanto nemmeno lo avverte. 

Fa di tutto Sophía, affinché, entrando in una stanza, chi ti ospita, non scorga in te una stella che cade ma colei che genera le stelle.


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