A che gioco giochiamo?
di Giovanni Beraldo | pubblicato il 6 ottobre 2022
A che gioco giochiamo Sophía? Anzi, a quale gioco stiamo giocando Sophía?
Se osservi alla tivù cosa accade nel mondo, se ascolti le notizie alla radio o leggi i giornali, non ti viene da chiederti se tutto questo accelerare il tempo, questa frenesia, questo auto-specchiarsi dell’ego e questa corsa sfrenata al possesso che genera catastrofi sociali e climatiche planetarie, questo gioco che l’essere umano ha scelto di giocare non ci stia portando ad un binario morto?
È così, Sophía! Si gioca alla guerra, all’alienazione dell’uomo in quanto tale. Si gioca il gioco della bruttezza che si compiace di sé stessa.
Paul Cézanne, I giocatori di carte
Il rischio di perdere
Si gioca senza mettersi in gioco, perché ciò vorrebbe dire attraversare il rischio della perdita. Vittoria e sconfitta, due facce della stessa medaglia. Poter perdere è il compromesso che si fa con sé stessi quando ci mettiamo in gioco.
E il consulente finanziario gioca? No Sophía, si mette in gioco! Si espone, è presente specialmente quando i mercati finanziari segnano il passo. Troppo facile e comodo presentarsi dai clienti e condividere i buoni risultati della gestione del loro patrimonio; più impegnativo è chiedere a questi un incontro per valutare la situazione avversa e infondere tranquillità.
Andiamo alle origini del gioco Sophía, dove tutto inizia per gioco, infatti il gioco esiste prima della cultura.
Eraclito di Efeso (535 a.C. – 475 a.C.) fu il primo filosofo ad usare il termine gioco. Scriveva: “Il corso del mondo è un bambino che gioca ai dadi”. In questo caso egli utilizza una metafora ovviamente, ma sostanzialmente vuol dire che per capire il gioco è necessario comprendere il mondo in modo profondo, con la trasparenza di un bimbo. È appartenere allo stesso orizzonte, partecipare attivamente alla sua realizzazione.
Il gioco del fanciullo di Eraclito non è creazione in senso cristiano, ma creazione in quanto spensieratezza e gioia, qualcosa cara Sophía che abbiamo smarrito nel divenire del tempo, nella frenesia della competizione. Come se giocare fosse solo sfida e contesa.
Non c’è gioco senza piacere di giocare ma anche senza sapere che si può essere giocati. Chi si ritiene depositario della verità non mette in gioco la propria soggettività.
Il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer (1900 - 2002), in Verità e metodo, ci spiega che il gioco non ha un perché, il gioco gioca giocando e dal gioco si può rimanere giocati. Solo se ci si immerge totalmente nel gioco se ne trova lo scopo, l’impegno del giocatore permette al gioco di essere.
La passione, hai compreso Sophía? Il gioco non permette d’essere considerato come un oggetto qualsiasi. Pretende il coinvolgimento completo del giocatore, ne richiede la capacità di osare.
Hans Georg Gadamer
Entra in gioco, entra nell'opera d'arte
Egli ritiene che il gioco raggiunga la sua perfezione nell’opera d’arte, nel passaggio alla forma e all’auto rappresentazione, ne vede in questa la chiave di lettura per comprendere il mondo del gioco che, proprio come un’opera d’arte, trascina e rapisce lo spettatore riproponendosi senza fine e portandolo verso indefiniti luoghi.
Prova ad osservare attentamente un quadro importante Sophía, lascia che l’opera che si trova davanti a te ti rapisca e ti parli, entra nella storia dell’artista, del momento storico nel quale è stata realizzata e ti accorgerai che sarà lei a guidarti per tutto il tempo che la osserverai. Lei gioca trasferendoti la sua verità e tu sarai giocata. È questo, per Gadamer, il modo di vivere una grande opera d’arte.
Un altro grande filosofo tedesco, Friedrich Nietsche (1844 - 1900), ne La gaia scienza, scrive della capacità di giocare con sé stessi senza prendersi troppo sul serio, quale segno di salute e grandezza. Si deve “scoprire l’eroe e anche il giullare che si cela nella nostra passione della conoscenza, dobbiamo, qualche volta, rallegrarci della nostra follia per poter stare contenti della nostra saggezza”, Ciò non vuol dire rimanere distaccati ma, al contrario, conquistare lo spazio di responsabilità per abbandonare quei valori tradizionali imposti dall’uomo come immodificabili. Mettersi in gioco anche al rischio di andare contro corrente.
Giocare, mia cara Sophía, è per Nietzsche come sognare; ed è questo che ci permette di prefiggerci scopi e creare valori.
Come vedi Sophía, avere coscienza di quale gioco giochiamo, o vorremmo giocare, non è cosa superficiale o da poco. È il caso di dire che in gioco siamo noi stessi, con le nostre fragilità e le nostre virtù, e nel gioco della vita dobbiamo venire allo scoperto accettando la vittoria e la sconfitta come un unico, prezioso, irrinunciabile premio.